Centro dialisi a Pordenone

Faccio questa “recensione” con piacere, in quanto a Pordenone, mi sono davvero trovato in una situazione piacevole e ho trovato del personale davvero eccellente.

Mi dovevo recare in Friuli per un corso di musica a luglio; per chi non lo sapesse, studio a livello amatoriale il trombone e il basso-tuba con enorme soddisfazione pur facendo dialisi, seppur sia un’attività faticosa. Il corso si svolgeva a Spilimbergo, comincio con il telefonare già a maggio: chiamo l’ospedale locale, ma scopro che è solo un CAL e non hanno posto. Sposto le mie ricerche verso Maniago, San Daniele del Friuli e niente. Provo quindi a Pordenone, non vicinissimo, ma ci provo. Mi risponde il coordinatore caposala e mi dice di provare in altri centri, ma che se non avessi trovato di farmi sentire nuovamente. Provo quindi a chiedere anche ad Udine (nessun posto, solo contumacia !!), arrivo persino a Portogruaro. Il resto è troppo distante.
Mi faccio quindi risentire a Pordenone e lì, il caposala Ermes Tonelli nel giro di un paio di giorni, riesce a trovarmi un posto nel suo centro. Mando quindi la documentazione e aspetto che arrivi luglio.

L’ospedale è molto grande, io ho l’abitudine di andare il giorno prima a presentarmi nei centri dialisi perche’ so che arrivarci di solito è un casino, ed in effetti faccio bene perchè altrimenti non avrei saputo parcheggiare. Bisogna entrare con la macchina nell’ospedale ed avere fortuna sotto gli alberi.
Il centro è accogliente e ha orari molto rigidi, per cui conviene rispettarli (il turno pomeridiano comincia alle 14 e non un minuto prima..), ma il personale è come detto molto accogliente e disponibile e ti fa compagnia nella tua stanza per tutto il tempo della dialisi e per me, che faccio 4,20 ore, è davvero apprezzabile.
Il centro inoltre è un’eccellenza per il button hole o puntura ad occhiello e ho avuto informazioni interessanti tanto che ho cominciato a farlo pure io e ne sono molto felice di questa scelta.

Durante le sedute, grissini e the e a chi vuole, pure un bicchiere con tanto ghiaccio. Se c’e’ qualcosa che non va, il medico arriva subito e ti visita. Hanno avuto particolare riguardo per me che ho avuto uno sbalzo pressorio anomalo.  Centro dialisi attrezzato con una ventina di macchine della fresenius.

Se doveste recarvi a fare delle ferie in Friuli, andate con fiducia a Pordenone, ecco i recapiti che ho usato io per contattarli:

ASL Di Pordenone “Santa Maria degli Angeli”

telefono: 0434 399478
fax: 0434 399586
email: segreteria.dialisi@aas5.sanita.fvg.it segr.nefrologia@aas5.sanita.fvg.it

per altri centri visita la sezione apposita o se vuoi segnalarmi altri centri dialisi vacanza, contattami qui

 

Un amico a quattro zampe

Un Amico a quattro zampe; esperienze di dialisi peritoneale in compagnia di un inseparabile compagno di viaggio: il cane.
Scritto a cura di Nolo Roma.

La cura è un percorso lungo, un gioco di squadra che fai con gli infermieri e i medici. Le regole da seguire sono tante e inflessibili. Non rispettarle può voler dire mandare all’aria tutto l’impegno della squadra che lavora con me per la mia salute e rischiare conseguenze serie. Giuro che mi sono sempre impegnato e ho seguito le procedure con il massimo della precisione. Qualche volta non ho messo la mascherina, lo ammetto, ma almeno trattenevo il fiato 🙂
C’è una cosa che peró non sono riuscito a fare.

Quando parlai dei cagnolini che vivevano con me, l’infermiera sgranò gli occhi, si caricò di un bel respiro e tuonò: “i cani fuori dalla stanza!”. Purtroppo avrebbero potuto essere portatori di germi e non dovevo rischiare. Così la mia stanza diventò improvvisamente un ambiente sigillato e vietato agli animali. Ovviamente loro non hanno gradito e hanno covato vendetta. La prima volta che ho dimenticato la porta della stanza aperta, hanno messo in atto il loro piano diabolico e ho trovato una bella chiazza di pipì sul letto e un’altra sul pavimento. È stata questione di un attimo e la loro vendetta si è realizzata. Questo atto intimidatorio non mi ha piegato e ho continuato a proibirgli la stanza. La loro manifestazione di dissenso ha preso forme diverse nel tempo, tutte respinte dal sottoscritto. La cosa più difficile da ignorare era un continuo lamento, quasi un pianto, che proveniva da dietro la porta, senza speranza che smettesse, nonostante i rimproveri e le minacce.

Un giorno stavo lavorando nella stanza/bunker e stavo facendo la cura. Muoversi per casa mentre si è collegati al macchinario puó essere complicato: un filo ti fa bloccare una ruota, un altro lo tiri per sbaglio… quindi, per stare attento ai fili, tornando in stanza, ho dimenticato la porta aperta. Subito richiusa dopo pochi minuti, appena me ne sono accorto. Dopo un pò di tempo la cura finì e mi scollegai dalla macchina e Dorian, il cane maschietto, uscì dalla stanza con me. Porco cane! Ma da quanto era lì? Boh! Di sicuro più di un’ora, e, per di più, era stato dentro anche durante la delicata fase della disconnessione, una delle più suscettibili di infezione. Ero seriamente preoccupato e lo sgridai violentemente, di getto. Passata l’arrabbiatura, realizzai che era stato dentro almeno per un’ora, totalmente immobile e in silenzio, sotto la scrivania, ai miei piedi, altrimenti lo avrei visto. Ecco perché non avevo sentito stranamente nessun lamento, nessun pianto angosciante, finalmente. Non si era avvicinato alla macchina, non mi aveva toccato minimamente.

Infermieri, dottori, mi dispiace, non ce l’ho fatta. Da quel giorno ho cominciato, diciamo così, a dimenticare la porta aperta. Ogni volta più di 7 lunghe interminabili ore insieme, ma al guinzaglio non ci stava lui, ci stavo io. Lui fermo, muto, a sorvegliare. Forse voleva farmi compagnia, forse voleva proteggermi, chissá cosa frullava nel suo cervelletto. Il malato ero io, ma ci siamo sempre curati in due.

Lo so, non ho giustificazioni, sono stato stupido e sconsiderato. Ho messo a rischio tutto. Le infezioni che ho rischiato, nel mio caso, avrebbero potuto essere molto gravi.

Caro Dorian, ai medici non lo ho detto, rimarrà il nostro segreto. Non so se avrebbero capito quanto sei stato importante per me. Ero strapieno di medicine per far andare bene le maledette analisi del sangue. Tu invece sei stato una medicina per il mio cuore. Grazie amico mio.

PS. Purtroppo c’è ancora gente che, soprattutto d’estate, abbandona gli animali. Se sei uno di loro sappi che quella mattina, quando ti alzerai di nascosto da tuo figlio e andrai a legare il cagnolino al palo, per non avere impicci durante le tue vacanze estive, lascerai legata a quel palo anche la tua dignità, mostro. Lui rimarrà ad aspettarti.

—- Vuoi pubblicare anche tu la tua storia? Contattami!

Benessere fisico nel paziente emodializzato

Benessere fisico nel paziente emodializzato

Sto scrivendo nel tempo, degli articoli sulla mia esperienza per quanto riguarda l’attività fisica ed il benessere e il recupero dopo un periodo di inattività.

Ecco quindi i primi due “capitoli” di ciò che ho vissuto e che sto vivendo, quindi ecco il prologo:
Attività fisica nel dializzato, un primo articolo d’ispirazione per tutti, dove cerco di trasmettervi la voglia almeno di provare ad informarvi.

Si comincia con il cardiofrequenzimetro, è un secondo capitolo che contiene cenni di conoscenze cardiologiche e consigli utili per acquistare il vostro primo cardiofrequenzimetro e come utilizzarlo, elemento essenziale per monitorare la vostra attività fisica.

Presto arriveranno anche gli altri capitoli di questa saga epica che mi vede direttamente coinvolto.  Il benessere fisico e l’attività sportiva sono spesso visti come un tabù nelle persone che come noi, hanno un grave problema di salute.  Spero sempre nei vostri (come sempre) numerosi feedback che mi arrivano in privato!

Buona lettura!
Mirko

 

La cosa a cui non ci piace pensare

La cosa a cui non ci piace pensare

Ci sono momenti in cui la vita ci travolge, siamo dei treni con un carico immane che viaggia a 300km/h e non ci soffermiamo ad ascoltare nemmeno il battito del nostro cuore. A volte, siamo cosi’ immersi nel nostro dolore (nel nostro caso, nella nostra malattia), che non vediamo il bello che ci circonda, la salute che ci rimane, il singolo fiore che sboccia in mezzo ad un parcheggio asfaltato.

Per questo, oggi, ispirato da una lettura che mi hanno consigliato, vorrei condividere con voi questo brano del filosofo Sam Harris. Penso ci siano molte cose da poter apprezzare, una di questa, è la coscienza della morte, come parte integrante della vita. Ed è giusto ringraziare per ogni momento che possiamo “vivere”.

“La morte è una realtà onnipresente per noi, sia che vogliamo pensarci o meno.
È sempre lì, nel sottofondo delle nostre giornate.
Ne sentiamo parlare al telegiornale, ne sentiamo discutere tra i nostri conoscenti, ne sentiamo la presenza quando ci preoccupiamo della nostra stessa salute.
La morte è tra i meandri dei nostri pensieri anche quando semplicemente prestiamo attenzione per attraversare la strada.
Eppure ci spaventa prenderne consapevolezza. Ci spaventa parlarne. Ci spaventa farci i conti.
Preferiamo di gran lunga dedicare il nostro tempo e le nostre energie mentali a gossip, futili liti e social media.
Non voglio certo suggerire che qualsiasi cosa pensiamo o facciamo debba essere profonda e solenne, ma contemplare la brevità della nostra vita può aiutarci ad avere una prospettiva diversa su come investiamo i nostri pensieri.

Ho detto “come” e non “cosa”.

Più che l’oggetto della nostra attenzione, a contare infatti è la qualità della nostra attenzione.
È come ci sentiamo mentre svolgiamo queste attività (qualsiasi attività), perché in fondo nessuno di noi sa quanto tempo ha ancora a disposizione.
Prenderne coscienza ci dà chiarezza ed energia per vivere il momento presente, ma soprattutto ci fa smettere di soffrire per cose stupide.
Prendete ad esempio le arrabbiature nel traffico.
Sono forse la quintessenza dello spreco delle nostre energie mentali.
Siamo dietro al volante della nostra auto e qualcuno fa una manovra azzardata o semplicemente guida lentamente, e noi ci ritroviamo invasi dalla rabbia.
Se avessimo davvero consapevolezza della brevità della nostra vita, arrabbiarci per un episodio del genere ci apparirebbe subito per quello che è: un’assurdità.
Avere una profonda coscienza della morte, infatti, ci fa comprendere quanto prezioso sia ogni singolo istante, anche questo preciso instante mentre sei alla guida.
Questo meraviglioso momento presente in cui siamo nel pieno delle nostre abilità e non in un letto di ospedale storditi dalla morfina.
Questo momento in cui il sole risplende in cielo o la pioggia cade leggera sul parabrezza della nostra auto, ed è tutto semplicemente perfetto.
Le persone che amiamo sono ancora vive e noi stiamo guidando.
Stiamo guidando lungo le strade di un paese civilizzato, un paese che non soffre per la fame o la guerra.
Magari stiamo sbrigando una semplice commissione e la persona davanti a noi, di cui non conosciamo speranze o sofferenze (che potrebbero essere sorprendentemente simili alle nostre), sta semplicemente guidando con lentezza.

Questa è la nostra vita.

L’unica che ci è concessa. Non avremo mai questo momento indietro e non sappiamo quanti di questi momenti potremo ancora vivere. Non importa quante volte abbiamo ripetuto una determinata azione, arriverà un giorno in cui la faremo per l’ultima volta.
Ogni singolo istante è dunque un opportunità per tornare ad innamorarci della nostra esistenza, e allora perché non rilassarci e goderci la tua vita? Rilassiamoci, sul serio.
Anche nel mezzo delle difficoltà. Anche mentre stiamo lavorando duramente, anche nei periodi di incertezza.
Siamo in un gioco in questo momento e non possiamo vedere il timer, quindi non sappiamo quanto tempo ancora abbiamo per giocare.
Eppure abbiamo la possibilità di rendere questo gioco estremamente interessante.

Possiamo addirittura cambiare le regole.

Possiamo scoprire nuovi modi di giocare a cui nessuno aveva ancora pensato, possiamo giocare in modi che finora sono stati considerati impossibili.
Ma qualsiasi cosa scegliamo di fare, per quanto ordinaria possa sembrare, possiamo apprezzare la rarità di ogni singolo istante della nostra vita.
E la consapevolezza della morte è la strada maestra per vivere la nostra esistenza con questo spirito.”

Questo brano di Sam Harris termina qui, spero di aver solleticato qualche mente a pensare più positivo, la prossima volta che troverà una difficoltà nel suo cammino!

21 maggio 2018 Mirko Dalle Mulle

Occhi per vedere, fiato per camminare

Occhi per vedere, fiato per camminare

Qualche giorno fa ho fatto un’escursione in montagna. Non è stata una passeggiata quella che ho fatto, anzi, una bella camminata, una di quelle toste che ti fanno diventare dure le gambe per qualche giorno.

Ma tutto questo ha un senso poichè da qualche settimana, sono seguito (finalmente) dal centro cardiologico del mio centro e mi hanno dato il via per fare attività fisica continuativa.

Ci sono paramentri molto ristretti a cui devo attenermi, chi fa attività fisica di un certo tipo sa a cosa mi riferisco, ma nel dettaglio ho dovuto lavorare molto per :

  • sistemare le pulsazioni a riposo (con terapia apposita)
  • sistemare la pressione arterio venosa (abbassamento peso secco in dialisi e terapia)
  • valori ematici sopra un certo livello (per me, almeno 12 di emoglobina)
  • valori di potassio nella norma

diciamo che per sei mesi, ho dovuto impegnarmi molto nella dieta per eliminare il potassio (e il fosforo) che era abbondante. Ho dovuto portare molta pazienza nel vedermi abbassare di peso fino a 60.5kg (in pratica in un anno, sono diminuito di quasi 10kg), ma poi la pressione è scesa e sta scendendo tutt’ora (sono una persona molto ipertesa).

Venendo all’escursione, il mio obiettivo era Casera Ramezza Alta, a 1500m slm. Quindi mi alzo abbastanza presto al mattino per preparare il mio zaino con:

  • un cambio di vestiti
  • un panino con la porchetta
  • 2 merendine / crakers
  • 2 brik da 200ml di succo di arancia
  • 1/2 di acqua
  • 2 bustine di mag2
  • cartina cartografica e gps con fascia cardio

Arrivo quindi al parcheggio alle 10 del mattino, scendo e comincia la passeggiata sul primo pianoro, faccio la prima colazione dopo un ora e si comincia a salire di quota. Dopo un’ora e mezza sono a quota 1100m ed ho raggiunto la mia meta intermedia (casera ramezza bassa), con i primi problemi muscolari. Quindi rifiato mangiando ancora qualcosa e sciogliendo le due bustine di mag2 nel mezzo litro di acqua.

Mezz’ora dopo, sono di nuovo in forma e raggiungo quota 1400m, dove trovo dei cumuli di neve importanti. Ne approfitto per infilarci le mani e assaggiarne un po’. Una cosa che non si dovrebbe fare, ma per un dializzato, il ghiaccio è una droga irresistibile.

Le ultime nevi prima dello scioglimento

Faccio quindi gli ultimi 100 metri ed arrivo alla Casera oggetto del mio desiderio. Si tratta di un ricovero ora autogestito da persone di Feltre, ma una volta serviva come malga per l’alpeggio in quota durante il periodo estivo. Non sono solo, c’e’ infatti un ragazzo che ha fatto un’escursione come me con cui divido una tazza di caffè, dopo aver mangiato il mio meritato panino.

E’ un posto meraviglioso, gli occhi mi si riempiono di gioia nel vedere queste vette che mi circondano. Sono in questo prato solitario avvolto da una lieve e fresca brezza, contornata dal cantare di uccelli e il fruscio degli alberi. In lontanza si sente anche lo scroscio di una provvioria cascata, che si è formata dallo sciogliersi delle nevi soprastanti.

Sono ormai le 14, mi sdraio sotto un pino e mi addormento un quarto d’ora.  Ho rifiatato abbastanza e fatto qualche bella foto. E’ stato molto bello arrivare li, ma devo tornare. Chiudo il mio zaino e faccio la strada di ritorno con il ragazzo del caffè.  Ci metto un paio di ore a tornare giù, le gambe alla fine di questa giornata saranno in pessime condizioni, ma sono arrivato in fondo ad un’escursione che mi ha portato a percorrere 12km con un dislivello di oltre 1000m, cosa che non è da tutti, neanche per le persone che stanno bene e sono in salute!

Sono tornato da questa avventura convinto che la dialisi ti ruba un pezzetto di vita, ma anche che si deve avere una visione più ampia della propria esistenza. Bisogna considerare le cose che vanno bene e renderle importanti, allenarle affinchè possano compensare alcune manchevolezze del proprio corpo. Come è vero che non abbiamo più i reni per depurare il sangue, è anche vero che ci restano delle gambe e degli occhi e anche dei polmoni da utilizzare al massimo del loro potenziale! E se noi li teniamo allenati, ci possono portare, ci possono far odorare e vedere cose sempre nuove ed interessanti.

La mia avventura in solitaria non deve essere presa alla leggera, ci sono voluti comunque sacrifici e avveduti provvedimenti prima di riuscire a farla, consiglio pero’ a tutti di cominciare a fare qualcosa di attività fisica, giorno dopo giorno riuscire a fare qualcosa di piu’, per se stessi e per il proprio benessere personale. E’ sempre bene consultare un medico dello sport ed essere seguiti in maniera continuativa.

La mia sciarpa!
Casera Ramezza Alta, costruzione ai piedi di un immenso masso
Il ricovero della legna
Io e la mia barba, felici a Malga Ramezza

 

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: