Il racconto di Jonah Lomu

Il racconto di Jonah Lomu

Il racconto di Jonah Lomu
Il racconto di Jonah Lomu

 

 

 

 

Jonah Lomu è una leggenda vivente del rugby. Ha fatto parte della nazionale neozelandese, gli invincibili All Blacks, e fin da giovanissimo ha stupito il mondo per la sua tecnica rivoluzionaria e la sua forza impressionante.
Parallelamente alla sua affermazione come stella assoluta di rilievo mondiale, Lomu ha però dovuto affrontare una grave insufficienza renale che lo ha tormentato sin dall’età di ventuno anni.

In questa intervista il campione racconta come ha affrontato e superato la sua prova più difficile, e come il trapianto gli abbia permesso, dopo anni di sofferenze, di tornare a giocare a rugby.

INTERVISTA

D: Jonah Lomu, lei è considerato da tutti una leggenda vivente del rugby, e il suo stile di gioco ha cambiato profondamente questo sport. A soli vent’anni, al suo esordio nella Coppa del Mondo, ha stupito tutti con delle performance esaltanti, ed in particolare la sua partita in semifinale contro l’Inghilterra viene ancora ricordata ed apprezzata da milioni di persone. La sua carriera è stata un susseguirsi di vittorie personali e di squadra. Sin dai primissimi tempi, però, qualcosa nel suo corpo ha cominciato a non andare più come doveva, e lei è stato costretto a combattere a più difficile delle sfide, quella contro la morte. Cosa può dirci di come ha affrontato quella sfida?

R: Ho giocato con un’insufficienza renale per tutta la carriera. All’inizio tenevo nascosta la mia malattia perché non volevo assolutamente che fosse una giustificazione Volevo essere scelto dagli All Blacks (la nazionale neozelandese) per aver dimostrato di essere il migliore nel mio ruolo, e niente doveva interferire con il mio obiettivo. Per questo non ho detto niente a nessuno. Dal rugby ho imparato ad essere forte e determinato, e questo mi ha aiutato nello sport ma anche nella battaglia contro la malattia. La mia forza è sempre stata questa: la volontà di fare sempre ciò che va fatto senza esitazione, il pensare alle cose in modo positivo, e non arrendersi mai.

D: Quali furono I pensieri di uno sportivo di successo come lei, quando ha sentito parlare per la prima volta del Trapianto?

R:  Il mio medico mi scrisse una lettera. Mi comunicava di aver riscontrato una insufficienza renale e aggiungeva che prima o poi avrei avuto bisogno di un trapianto. È stato uno shock incredibile, e sul momento sono rimasto frastornato e confuso. Poi però sono stato felice di sapere finalmente perché ero sempre così stanco e faticavo così tanto in allenamento, e ho pensato, semplicemente, che dovevo accettare la mia condizione, e già conoscerne le cause era una buona cosa.

D: Per quanto tempo è rimasto in attesa del trapianto? E quali erano le sue paure più grandi?

R: Sono stato in dialisi per 14 mesi mentre ero in attesa del trapianto, otto ore a notte per sei notti a settimana. Dopo un periodo del genere non avevo nessuna paura del trapianto, ed ero convinto che sarebbe andato bene.

D: Come si sente adesso dal punto di vista fisico e psicologico? Quando è tornato ad allenarsi?

R: Mi sento alla grande. Due settimane dopo il trapianto ero tornato in bicicletta e in palestra. Due mesi dopo sono tornato all’allenamento intensivo. Dato che il mio rene nuovo era stato messo in una posizione protetta sotto il costato sono addirittura tornato a giocare a rugby.

D: In Italia, come nel resto del mondo, il Trapianto è considerato la migliore terapia per le insufficienze d’organo, eppure molte persone sono ancora in attesa di poterne usufruire. I medici, i volontari e le istituzioni sono costantemente impegnate nel diffondere la cultura della donazione tra i cittadini per far capire a tutti che essere favorevoli al trapianto e quindi alla donazione può salvare molte vite. Cosa si sente di dire a quelli che non sono ancora coscienti dell’importanza del donare gli organi?

R: Penso che abbiamo bisogno di parlare di più della donazione d’organi. Molta gente non sa quante persone sono ancora in attesa di un organo. Sono convinto che più se ne parlerà, in famiglia e con gli amici, e più crescerà la disponibilità di organi, e così aumenterà il numero di coloro che potranno beneficiare del trapianto. Donare gli organi a qualcuno è il gesto più disinteressato che si possa fare.

D: Pensa che lo sport possa aiutare i trapiantati e le loro famiglie?

R: Certo, lo sport aiuta moltissimo. Questo vale per tutte le persone, non solo per i trapiantati. Un fisico forte e in salute rende la mente in grado di far fronte a qualsiasi sfida. Per una persona trapiantata, poi, le sfide non finiscono, ed essere forte fisicamente e mentalmente è fondamentale.

D: Oggigiorno lo sport è macchiato da innumerevoli scandali e perde rapitamente molta della sua credibilità. Il rugby sembra però essere diverso. È uno sport che ispira fiducia alla gente, perché costruito sul rispetto dell’avversario e sull’etica sportiva, e valorizza al massimo le abilità tecniche e fisiche. Fortunatamente il rugby sta ricevendo in Italia sempre maggiore attenzione e ne vengono sottolineati spesso i valori fondamenteali: passione, impegno generosità. Pensa che i valori del rugby siano in qualche modo simili a quelli della cultura della donazione?

R: Certo, passione e impegno sono I valori basilari, nel rugby come nella vita, e sono anche i valori che stanno alla base della cultura della donazione.

D: Grazie mille. Speriamo che la sua preziosa testimonianza ci aiuti a diffondere l’importanza della donazione d’organi e anche quella dello sport come risorsa per i trapiantati per tornare ad una vita vissuta in pieno come la sua.

Tratto dal portale del MINISTERO DELLA SALUTE

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