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Recensione Il dono nelle donazioni

RECENSIONE Il dono nelle donazioni – una prospettiva bioetica

Pubblichiamo la recensione del primo libro di Giovanni Spitale, “Il dono nelle donazioni – Una prospettiva Bioetica”.

Il libro “Il dono nelle Donazioni”

Recensione - IL dono nelle donazioniNel 1443 il Beato Angelico dipinge la “Guarigione del Diacono Giustiniano”: una tempera su tavola attualmente conservata al Museo Nazionale di San Marco a Firenze. Il soggetto è un bizzarro miracolo raccontato dalla Legenda Aurea: i fantasmi dei santi Cosma e Damiano, due medici siriani morti nel III secolo dopo Cristo, curano un diacono romano, colpito da non meglio precisate ulcere ad una gamba; la terapia consiste nella sostituzione dell’arto malato con quello di un etiope morto da poco. È la prima volta che l’idea del trapianto, seppur in forma mitica, fa capolino nella cultura occidentale.

Il trapianto di organi, tessuti e cellule oggi rappresenta una soluzione efficace per una vasta serie di patologie, dalle insufficienze organiche alle malattie ematologiche. Si tratta però di una pratica medica molto particolare, impossibile da realizzare senza un donatore, una persona che offra una parte di sé a beneficio di qualcun altro.

È proprio questo fatto, l’inevitabile necessità del dono, a rendere questo particolare campo della medicina così interessante da un punto di vista bioetico: ne sorgono questioni legate al modo in cui concepiamo noi stessi, il nostro corpo, il morire, l’idea di sacrificio connessa con le donazioni da vivente. Si tratta di uno spettro di questioni straordinariamente variegato, che questo testo per la prima volta affronta con un approccio multidisciplinare, valutandone gli aspetti medico-scientifici, storici, giuridici, etico-morali e filosofici. Una finestra aperta sul mondo del dono, attraverso la quale chiunque, dal bioeticista all’appassionato, dallo studente al volontario, può gettare uno sguardo ed iniziare a costruirsi una propria idea.

L’autore

Mi chiamo Giovanni Spitale. Sono nato a Castelfranco Veneto il 3 dicembre 1987 e vivo a Solagna, in provincia di Vicenza.

Nel 2006, una volta terminati gli studi superiori al Liceo Scientifico, ho deciso di dedicarmi allo studio della filosofia.

Giovanni SpitaleNell’estate del 2009 stavo accompagnando un gruppo di scout lungo l’alta via n°1 delle Dolomiti, da Braies a Cortina. Una sera i ragazzi hanno proposto un momento di riflessione sul senso della vita: ciascuno di noi avrebbe dovuto stilare una lista delle dieci cose che avrebbe assolutamente desiderato fare prima di morire. Il primo punto della mia lista suonava più o meno come “vorrei salvare la vita a qualcuno”.

Una volta tornato a casa ho deciso che il sistema più elegante ed efficace per realizzare il mio desiderio sarebbe stato diventare donatore di sangue, nonché rendermi disponibile in quanto potenziale donatore di organi e di midollo osseo. Per queste ragioni mi sono recato ad eseguire gli esami del sangue necessari. Era un venerdì.

Il lunedì successivo stavo entrando all’università quando ho ricevuto una telefonata di mia madre: il medico aveva visionato il risultato dei miei esami e riteneva indispensabile che mi recassi immediatamente in ospedale per approfondimenti ed accertamenti; le testuali parole di mia madre sono state più o meno “dicono che non dovresti nemmeno essere in grado di camminare”.

Quel giorno dell’autunno 2009 la mia vita ha subito una svolta piuttosto violenta: non solo non avrei mai potuto salvare la vita a qualcuno donando una parte di me, ma avrei avuto io stesso bisogno di una persona che, spinta da un orizzonte morale simile al mio, decidesse di provare a salvarmi la vita. La sera stessa ricevevo la mia prima trasfusione di sangue, due giorni dopo venivo iscritto nelle liste d’attesa per trovare un donatore di midollo osseo compatibile: il mio, per ragioni tuttora inspiegabili, era morto per il 98%, e non stava producendo gli elementi del sangue necessari a mantenermi vivo.

La diagnosi è aplasia midollare idiopatica, una malattia rara che comporta l’invecchiamento precoce e conseguentemente la morte del midollo osseo. Ci sono soluzioni tampone: in primo luogo, appunto, le trasfusioni; secondariamente, la chemioterapia con biofarmaci di sintesi permette di “spegnere” il midollo osseo e di farlo ripartire, sperando che riprenda a funzionare normalmente. Nel momento della diagnosi le mie probabilità di sopravvivenza a sei mesi erano del 20%. L’unica soluzione definitiva sarebbe stata il trapianto di midollo osseo, ovvero la sostituzione del mio, malato, con quello sano di un donatore: le probabilità statistiche di trovarlo sono mediamente una su centomila.

Non ho trovato il donatore ed ho quindi intrapreso la terapia farmacologica: stando al medico che ha realizzato la diagnosi, tale trattamento dovrebbe permettermi, qualora tutto andasse per il verso giusto, di sopravvivere all’incirca dieci anni. Il giorno in cui ho ricevuto questa notizia di anni ne avevo ventuno.

Durante il lungo ricovero sono stato impegnato su tre fronti:

  • Proseguire la stesura della mia tesi di laurea triennale (tesi in filosofia della scienza, dedicata al rapporto umano-macchina);
  • Tenere su il morale alle persone ricoverate con me ed al personale del reparto – quando riuscivo ad alzarmi dal letto – con trucchi di magia e prestidigitazione;
  • Infine convincere quante più persone possibile a diventare donatori, per salvare la vita a me ed a tante altre persone come me in attesa di trapianto di midollo osseo (in Italia poco meno di 1.500 nel solo 2009).

Nel gennaio 2010 sono uscito dall’ospedale ancora vivo, ed un passetto alla volta ho iniziato a riprendermi la mia vita, seppur tra mille difficoltà: ero a malapena in grado di camminare, non potevo frequentare luoghi chiusi che non fossero stati accuratamente sterilizzati, all’aperto dovevo indossare una ingombrante maschera per filtrare ogni possibile agente patogeno. Ciononostante, ho proseguito e moltiplicato le mie attività volte ad aumentare il numero dei donatori, che già mentre ero in ospedale avevano portato centinaia di persone a decidere di esserlo: ho avviato il progetto “qualcosa da donare”, indirizzato alle quinte superiori, che tuttora mi permette di incontrare circa 800 ragazzi all’anno per parlare di donazioni; subito dopo assieme al grande alpinista e scalatore Pietro dal Prà ho fondato Climb For Life, un progetto di comunicazione sulle donazioni dedicato specificamente al mondo dell’arrampicata e della montagna.

L’università in quel periodo era difficile: non potevo prendere il treno né seguire le lezioni per via del rischio infettivo, ma amavo (ed amo tuttora) quello che studio, e con molta fatica sono riuscito a portare a termine il percorso triennale, laureandomi nel 2011.

Ho proseguito il mio percorso di studi iscrivendomi alla magistrale in Scienze Filosofiche, con la precisa intenzione di occuparmi in particolar modo di bioetica. Ciononostante, ho continuato ed ampliato le mie attività legate all’orizzonte etico delle donazioni: ho potenziato il progetto di sensibilizzazione alla donazione destinato alle scuole; ho realizzato alcune pubblicazioni per ADMO – associazione Donatori Midollo Osseo, nonché per FIDAS – Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue; ho collaborato con Erri de Luca per la realizzazione del libro e del film “Il turno di notte lo fanno le stelle” (Feltrinelli), diretto da Edoardo Ponti e dedicato alla donazione degli organi, apparendo anche nel documentario “Conversazioni all’aria aperta”.

Ho terminato nel 2015 il mio percorso di laurea magistrale con una tesi dedicata alla bioetica del dono. Nel mentre gli anni sono inesorabilmente passati, nel 2009 la mia aspettativa di vita era stimata in 10 anni, ora siamo nel 2015. Ciononostante, ho delle idee da realizzare e dei sogni da perseguire, e pertanto preferisco non pensare al ticchettio dell’orologio, del quale mi curerò solo quando sarà il momento. Mi limito a proseguire con attenzione le mie cure, ma ciononostante progetto il mio futuro professionale, affettivo e personale cercando di non dimenticarmi mai del valore di ogni singolo giorno.

Giovanni Spitale

Recensione Il dono nelle donazioni – Di Giovanni Spitale, per informazioni su come avere il libro contattare direttamente l’autore tramite il suo sito web www.giovannispitale.net

 

Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo

Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo

Un libro di Valentina Di Romano, trentunenne ragazza di Teramo, che racconta il suo vissuto di dialisi e trapianto.

Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo
Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo – Copertina di Andrea Capodicasa

«Questa sono io. Accetto la vita per quello che mi regala e non la odio per quello che non mi dà. Affronto la malattia con il sorriso e non mollo mai!». Dice di sè Valentina Di Romano che ha deciso di raccontare la sua vita in un libro ironico ma che affronta un argomento molto serio, un libro dedicato ai compagni che come lei vivono la dura esperienza della dialisi o hanno vissuto quella del trapianto. Nonostante i problemi legati alla sua malattia, oggi Valentina svolge un lavoro nella sede provinciale INAIL di Teramo che le piace, vive da due anni a Pescara con il compagno Emanuele che tutti i giorni le dimostra il suo amore, ha una famiglia unita a dispetto delle quotidiane difficoltà e si dedica ai suoi compagni di sventura ricoprendo la carica di vice segretario regionale dell’associazione Aned. Con il suo primo romanzo, Valentina Di Romano vuole dar voce ad una storia purtroppo comune a molti. La scoperta della malattia da parte dei genitori a pochi mesi dalla nascita e la convivenza con essa negli anni tra ospedali e quotidianità. Dall’insorgenza in età scolare dell’insufficienza renale alla dialisi, dal trapianto al rigetto e di nuovo e ancora la dialisi. Esperienze che hanno contribuito a rendere la storia di Valentina straordinaria e le hanno insegnato ad affontare le difficoltà con il sorriso sulle labbra. Parte del ricavato della vendita sarà donato dall’autrice alle associazioni Aned, Aido e Associazione Cistinosi.

  Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo: una storia difficile, una vita in salita, ma affrontata con una forza straordinaria e, cosa che più colpisce, con un senso dell’humour assai difficile da trovare in persone che si trovano in tali situazioni.
Con stile fresco e coinvolgente, l’Autrice ci conduce attraverso i molti passaggi della sua lotta per la salute. Un esempio di vitalità e gioia, sì, gioia, quella di chi è comunque grata all’esistenza, ne sa assaporare tutti i momenti e tutte le sfumature.
Un libro da leggere tutto d’un fiato.

 Copertina di Andrea Capodicasa

Per ordinarlo: Ho provato ad essere normale ma mi annoiavo su IBS[ ISBN-978-88-7475-413-7]

 

CarpeDiem

Carpediem, un libro di Claudio Ronco

Recensione di questo interessante libro ispirato alla fantastica storia vera del medico vicentino che ha inventato una macchina per salvare i bambini

piatto_cop_carpediem_bassa_rgb Carpediem è il racconto di due vite e di una lotta per la vita. Una vita di pochi giorni minacciata di rapida estinzione e una vita lunga di sfide professionali affrontate e vinte con coraggio; una neonata che vuol vivere a tutti i costi e un medico che profonde i suoi tesori di scienza e di umanità per conservare alla più fragile delle creature quella vita cui si è appena affacciata.
Il dramma della malattia, il rigore della ricerca, la magia della neve e dei boschi dell’Altopiano di Asiago, la dedizione di medici, scienziati e infermieri, la speranza e la gioia della guarigione sono i toni che si alternano nel racconto e rendono avvincente la storia del medico e della bambina, due vite unite dal destino.

Recensione tratta dal «Corriere della Sera» 23-01-2015

«Alzo il telino sopra la culla. Lisa gira gli occhi a destra e a sinistra quasi a cercare qualcuno. Quando mi vede si ferma e comincia a succhiare con la bocca come per chiedere il latte. Chiamo un’infermiera e cominciamo a darle il biberon… Succhia, ha fame… È determinata, non molla, come non abbiamo mollato noi».

Lisa è una bambina nata due volte. La prima volta, alla fine di agosto del 2013, a causa d’un parto complicato, aveva una gravissima insufficienza renale. Così grave che pareva irrimediabilmente perduta. Il destino di 90 su 100 dei piccoli nati con quei problemi. Come potevano salvarla se non esistevano macchinari per la dialisi dove tutto fosse in miniatura e le multinazionali non erano interessate a metterci soldi per costruirli? La seconda volta, Lisa è nata negli ultimi giorni dell’estate. Quando finalmente chiese il latte. Dopo tre settimane di speranze, angosce, spaventi, notti insonni dei genitori, dei medici, degli infermieri.

Da grande potrà raccontarla come un’avventura di cui non ricorderà nulla. Tranne quello che le spiegheranno i genitori. E cioè che è stata la prima neonata al mondo salvata da una macchina costruita apposta per lei e i bambini venuti dopo lei (il 18% dei prematuri) all’Ospedale San Bortolo di Vicenza da un medico che, dopo aver lavorato in America e fatto esperienza in mezzo mondo, è riuscito a mettere su una squadra che tiene insieme scienziati di varie discipline. Si chiama Claudio Ronco, ha diretto il laboratorio del Beth Israel Medical Center di New York, ha pubblicato i suoi lavori sulle più prestigiose riviste scientifiche del pianeta, è finito nel 2014 al primo posto nella classifica dei più importanti scienziati del rene stilata dalla John Hopkins University, insegna in vari atenei italiani, americani e cinesi ed è appena uscito con un libro in cui racconta la sua «storia di una bambina, di un medico e di una macchina».

Si intitola, il libro, col nome proprio di quella macchina, Carpediem. In linguaggio scientifico: Cardio-Renal-Pediatric-Dialysis-Emergency-Machine. In latino, come ricordano i lettori di Orazio, «ruba un giorno» al futuro. E con quello spirito partì la battaglia intorno alla culla di Lisa: l’obiettivo era di rubare un giorno e poi un altro e un altro ancora alla cattiva sorte che pareva non lasciare scampo.

Scrive nella Prefazione Umberto Veronesi: «Carpediem è un miracolo della tecnologia e della fusione di più discipline scientifiche allo scopo di realizzare il rene artificiale perfetto per i bambini neonati. Qualcosa che non c’era, qualcosa di cui vi era necessità, qualcosa che, per fare eco ai colleghi americani, cambierà il modo di fare medicina nei pazienti neonati con problemi renali».
Il tutto grazie a un metodo: «Claudio ha realizzato quello che per anni è stato anche il mio sogno medico», spiega il grande oncologo che nel 2000 fu anche ministro della Sanità, «e cioè mettere assieme in un’unica struttura l’assistenza, la didattica e la ricerca. L’assistenza dei pazienti con una buona dose di umanità affiancata alla forte vocazione tecnologica della disciplina nefrologica».

Per capirci: il reparto vicentino, spiega il suo creatore, consiste oggi in «due piani dedicati all’assistenza dei pazienti con malattie renali, terapie extra-corporee e trapianti renali, ed un piano in cui sono collocati laboratori di ricerca, di biologia molecolare, fisica e ingegneria applicata, farmacologia, modellistica, economia sanitaria, sociologia e medicina renale». Di più: «L’istituto è economicamente autonomo e vive di progetti finanziati ad hoc». Lingua ufficiale: l’inglese. Miscuglio di nazionalità: «I ricercatori sono per il 50% stranieri e hanno un’età media di 25 anni». Alla faccia della gerontocrazia imperante…
Dove Ronco abbia preso i primi rudimenti tecnologici lo spiega: riparando antenne, da ragazzo, col suo amico Flavio. Uno dei tanti lavoretti dettati da una curiosità vulcanica che lo spinse a fare «il gelataio, il falegname, l’imbianchino, il riparatore di radio a galena, il meccanico di biciclette, il cacciatore di frodo (non era proprio un lavoro, ma aveva i suoi segreti), il bottonaio (avevo comperato un aggeggio per fare bottoni per signore con il tessuto dei loro vestiti), il recuperante di reperti bellici, il raccoglitore di muschi per presepi».

Un miscuglio di interessi che gli sarebbe tornato utile per capire quanto le divisioni in compartimenti stagni di una volta tra medici e ingegneri e sistemisti e programmatori «non abbiano alcun senso». Come la notte in cui, per salvare Lisa, decise di mettere in parallelo due Carpediem, inventando al momento come farli funzionare insieme: «Ci mettiamo a modificare il circuito in piena notte. Forbici sterili, connettori, tubi e filtri: sembriamo idraulici e, date le minime dimensioni, anche orologiai…». Mica facile, con le «cannule più sottili di un capello».

Fatto sta che, dopo aver fatto il giocatore di hockey, il chitarrista di un complesso rock, il costruttore di bob e un mucchio di altre cose, Ronco dimostra ora di sapere anche scrivere. E tiene insieme, con ritmo, tre racconti paralleli: la sua storia personale (prima notte da medico condotto, emozionatissimo, nel paese di Cornedo: un parto prematuro e un’appendicite acuta!), la storia della macchina e la storia di Lisa. Sempre con parole virtuosamente “facili”. Un’arte imparata, giura, in America: non si trattava più di comunicare un concetto o una prognosi in “medichese”, ma di trasferirlo al paziente in “malatese”, ovvero in un linguaggio a lui comprensibile. Finalmente mi era chiaro il valore di comunicare e farsi capire…».
Carpediem, spiega Ronco, non è stato brevettato: «Una scelta precisa. Non l’abbiamo costruita per fare soldi, quella macchina. C’è solo un impegno preso insieme con le aziende Medica e Bellco di Mirandola, nell’area modenese sconvolta dal terremoto, che lo producono. Ogni dieci macchinari venduti, uno viene donato a un ospedale pubblico».
La bambina nata due volte, oggi, sta bene. Comincia a parlare. La mamma, quando le parla dell’uomo col camice bianco, lo chiama «zio Claudio».

(Recensione di Gian Antonio Stella)

CarpeDiem – Libro di Claudio RoncoDializzati e trapiantati di rene

La vita è una prova d’orchestra

La vita è una prova d’orchestra

Una fetta di mortadella per andare a pulirsi il sangue, ovvero… Cronaca di una giornata tra i malati in attesa della dialisi. Un libro di Elena Loewenthal sull’universo sofferente dell’ospedale

Elena Loewenthal

Si intitola La vita è una prova d’orchestra il nuovo libro di Elena Loewenthal che esce oggi da Einaudi (pp. 240, e19,50). Si tratta di una serie di racconti ambientati nell’universo sofferente dell’ospedale, frutto di un anno e più di frequentazione dell’autrice in qualità di volontaria. Anticipiamo un brano da «La stanza dei reni artificiali», cronaca di una giornata in dialisi.

Oggi nevica, anche se è già primavera. Siccome la sala si trova al piano terra, ad altezza degli alberelli che si devono far bastare la sottile striscia di terriccio addossata al muro, si vede la neve che scende lenta a grandi fiocchi manco fosse la vigilia di Natale, e si vedono anche i rami carichi. Sino a ieri mattina gli alberi sembravano sul punto di fiorire, con le gemme gonfie che scoppiavano; poi verso le quattro, con la luce ancora alta perché le giornate già s’allungano, il cielo s’è ingrigito di colpo ed è diventato così basso che quasi sfiorava le antenne sui tetti. Però non è successo niente fino a stamattina verso le sei, sei e mezzo, più o meno l’ora in cui Gesuina si alza e apre le persiane. A quell’ora veniva giù qualche fiocco sparso, piccolo e secco che pareva polistirolo. Il tempo fa le bizze a tutte le stagioni, che comunque non sono più quelle di una volta… Alle otto nevicava fitto, con le strade impantanate di una melma grigia e collosa che aveva ormai soltanto una vaga parvenza di neve. Invece qui, alla finestra della sala, posata su quei poveri alberi storditi dai capricci di stagione, è proprio neve vera, bianca e soffice e promettente.

Giuseppe sta mangiando un panino con la mortadella. Se lo prepara con cura, una bella fetta spessa di mortadella che al supermercato sotto casa – uno di quelli piccoli dove hanno solo i cestini di plastica perché i carrelli non passerebbero fra gli scaffali – ormai sanno come tagliarla, e non ha più nemmeno bisogno di far vedere il polpastrello dell’indice per indicare che la vuole così, come mezzo dito nel senso dello spessore. Poi torna a casa, taglia in due la fetta e la infila nel panino. Lo avvolge prima nella carta oleata – perché ha diffidenza di quella plastica in rotolo – poi in due tovaglioli di carta, e si ficca tutto nella tasca della giacca a vento, per venire qui. A piedi, con qualunque tempo, in qualunque stagione. Pure oggi che nevica.

Anche Gennaro avrebbe voglia di pane, ma è una voglia mista a paura. Il pane è amido, l’amido è zucchero e lo zucchero è uguale a glicemia, e la glicemia è il suo spauracchio. Non vuole rovinare tutto ancora una volta, se dovesse arrivare il momento.

Maria è la più giovane, ha trent’anni e un figlio di nove, dice che s’è sbrigata perché non poteva permettersi di perdere tempo, nel suo stato. Ha scelto il turno del mattino così corre a scuola e riesce a prenderlo anche in questi giorni qui, perché non vuole che faccia il tempo pieno fino alle quattro e mezzo del pomeriggio, «così finisce che se lo tira su la scuola, mica la mamma e il papà». Qualche volta tarda un po’, perché non è che si finisca sempre alla stessa ora precisa, dipende da tante cose. Mattia però lo sa che la sua mamma non lo fa apposta a tardare, e non si perde d’animo. L’aspetta seduto sulle scale, tranquillo. Sa che arriverà, e sa anche che non deve andare con nessun altro anche se gli dice: «È tua mamma che mi ha mandato a prenderti». In caso proprio di emergenza, ma non è mai successo, verrebbe papà, capito Mattia? Invece è sempre arrivata lei, stanca e un po’ barcollante perché questo è l’effetto che ti fa, ma poi passa e non è niente, in fondo.

Roberto fa la Settimana Enigmistica. Tutta. Non salta un rebus, un indovinello, un anagramma. Solo le barzellette, che siano vignette o raccontate: non le sopporta e trova che non ci sia niente da ridere. E men che meno non vede la necessità di sforzarsi a leggere, per ridere.

C’è anche una signora che arriva, saluta tutti girando il capo di qua e di là facendo cenno di sì, come la regina Elisabetta tra la folla, poi lascia cadere le ciabatte per terra – sono rosa con il tacco e un pon-pon di pelo in cima -, si distende sul lettino e si copre con il lenzuolo fin sopra la testa. Spuntano solo i capelli biondo platino, ovviamente finti per via dell’età e del colore vistosamente artificiale. Probabile che dorma per tutte e quattro le ore. Ma forse no. Forse va da un’altra parte: una specie di metempsicosi temporanea, buona per incarnarsi nella ventenne incrociata per strada con le gambe lunghe e il corpo sodo, nella madre che accompagna i bimbi a scuola tenendone uno per mano, o nella signora nervosa alla guida del Suv. Chiunque, che non sia lei durante quelle lunghe ore lì, sotto il lenzuolo come un cadavere all’obitorio.

E tanti altri. Due, tre turni – mattina, pomeriggio, sera -, tre volte alla settimana sabato compreso tranne la domenica, perché è un diritto di tutti, anche se è un po’ un guaio perché dal venerdì alla domenica è lungo, e già la sera prima incominci a sentirti stanco ma di una stanchezza che mica è normale stanchezza, è tutta un’altra cosa. È il tuo sangue che è stanco e che corre stentando in discesa e in salita, gonfiandoti il corpo di una materia pesante e grumosa, ogni tanto quella roba lì arriva fino in gola e ti viene da vomitare. Meno male che poi arriva il lunedì.

Sono i dializzati. Si dice proprio così, con un participio passato anche se di presente si tratta, anzi di tanto tempo che se ne va via così, ad aspettare che una macchina ti abbia fatto le pulizie nel sangue perché i tuoi reni non ce la fanno più da soli, sono come un aspirapolvere rotto, uno straccio lacero, un mastello bucato. Dializzano tre volte alla settimana, per quattro ore filate, minuto più minuto meno, che fanno dodici ore e rotti alla settimana stesi su un lettino, con un tubo che va dal braccio a quella specie di lavatrice grazie alla quale sei vivo e puoi fare a meno dei tuoi reni inetti.

Autore: Elena Loewenthal
Titolo: La vita è una prova d’orchestra
Edizioni: Einaudi
Pagine: 240
Prezzo: 19,50 euro
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La vita è una prova d’orchestra di Elena Loewenthal

Riparare i viventi – Libro sulla donazione degli organi

Riparare i viventi – Libro sulla donazione degli organi

Riporto quanto scritto sul sito del distributore “La Feltrinelli”, l’occasione di una scrittrice di parlare tramite un romanzo della donazione di organi.

Il libro

Tre adolescenti di ritorno da una sessione di surf su un pullmino tappezzato di sticker, tre big wave rider, esausti, stralunati ma felici, vanno incontro a un destino che sarà fatale per uno di loro. Incidente stradale, trauma cranico, coma irreversibile, e Simon Limbres entra nel limbo macabramente preannunciato dal suo cognome.
Da quel momento, una macchina inesorabile si mette in moto: bisogna salvare almeno il cuore. La scelta disperata dell’espianto, straziante, è rimessa nelle mani dei genitori. Intorno a loro, come in un coro greco, si muovono le vite degli addetti ai lavori che faranno sì che il cuore di Simon continui a battere in un altro corpo.
Tra accelerazioni e pause, ventiquattr’ore di suspense, popolate dalle voci e le azioni di quanti ruotano attorno a Simon: genitori, dottori, infermieri, équipe mediche, fidanzata, tutti protagonisti dell’avventura, privatissima e al tempo stesso collettiva, di salvare un cuore, non solo organo ma sede e simbolo della vita.

“Il libro che ho regalato a tutti i miei amici più cari.” Daniel Pennac

“In ventiquattr’ore il cuore di Simon Limbres diventa quello di Claire Méjan: Riparare i viventi racconta questo tempo. Magnifico.” Le Monde
“Questo romanzo è bello come una tragedia antica.” L’Express
Leggi un estratto

Leggi la recensione su Blogautore.Larepubblica.it (“Prendetegli il cuore, non gli occhi” di Vera Schiavazzi)

Riparare i viventi

Riparare i viventi – Libro sulla donazione degli organi di Maylis de Kerangal