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La cosa a cui non ci piace pensare

La cosa a cui non ci piace pensare

Ci sono momenti in cui la vita ci travolge, siamo dei treni con un carico immane che viaggia a 300km/h e non ci soffermiamo ad ascoltare nemmeno il battito del nostro cuore. A volte, siamo cosi’ immersi nel nostro dolore (nel nostro caso, nella nostra malattia), che non vediamo il bello che ci circonda, la salute che ci rimane, il singolo fiore che sboccia in mezzo ad un parcheggio asfaltato.

Per questo, oggi, ispirato da una lettura che mi hanno consigliato, vorrei condividere con voi questo brano del filosofo Sam Harris. Penso ci siano molte cose da poter apprezzare, una di questa, è la coscienza della morte, come parte integrante della vita. Ed è giusto ringraziare per ogni momento che possiamo “vivere”.

“La morte è una realtà onnipresente per noi, sia che vogliamo pensarci o meno.
È sempre lì, nel sottofondo delle nostre giornate.
Ne sentiamo parlare al telegiornale, ne sentiamo discutere tra i nostri conoscenti, ne sentiamo la presenza quando ci preoccupiamo della nostra stessa salute.
La morte è tra i meandri dei nostri pensieri anche quando semplicemente prestiamo attenzione per attraversare la strada.
Eppure ci spaventa prenderne consapevolezza. Ci spaventa parlarne. Ci spaventa farci i conti.
Preferiamo di gran lunga dedicare il nostro tempo e le nostre energie mentali a gossip, futili liti e social media.
Non voglio certo suggerire che qualsiasi cosa pensiamo o facciamo debba essere profonda e solenne, ma contemplare la brevità della nostra vita può aiutarci ad avere una prospettiva diversa su come investiamo i nostri pensieri.

Ho detto “come” e non “cosa”.

Più che l’oggetto della nostra attenzione, a contare infatti è la qualità della nostra attenzione.
È come ci sentiamo mentre svolgiamo queste attività (qualsiasi attività), perché in fondo nessuno di noi sa quanto tempo ha ancora a disposizione.
Prenderne coscienza ci dà chiarezza ed energia per vivere il momento presente, ma soprattutto ci fa smettere di soffrire per cose stupide.
Prendete ad esempio le arrabbiature nel traffico.
Sono forse la quintessenza dello spreco delle nostre energie mentali.
Siamo dietro al volante della nostra auto e qualcuno fa una manovra azzardata o semplicemente guida lentamente, e noi ci ritroviamo invasi dalla rabbia.
Se avessimo davvero consapevolezza della brevità della nostra vita, arrabbiarci per un episodio del genere ci apparirebbe subito per quello che è: un’assurdità.
Avere una profonda coscienza della morte, infatti, ci fa comprendere quanto prezioso sia ogni singolo istante, anche questo preciso instante mentre sei alla guida.
Questo meraviglioso momento presente in cui siamo nel pieno delle nostre abilità e non in un letto di ospedale storditi dalla morfina.
Questo momento in cui il sole risplende in cielo o la pioggia cade leggera sul parabrezza della nostra auto, ed è tutto semplicemente perfetto.
Le persone che amiamo sono ancora vive e noi stiamo guidando.
Stiamo guidando lungo le strade di un paese civilizzato, un paese che non soffre per la fame o la guerra.
Magari stiamo sbrigando una semplice commissione e la persona davanti a noi, di cui non conosciamo speranze o sofferenze (che potrebbero essere sorprendentemente simili alle nostre), sta semplicemente guidando con lentezza.

Questa è la nostra vita.

L’unica che ci è concessa. Non avremo mai questo momento indietro e non sappiamo quanti di questi momenti potremo ancora vivere. Non importa quante volte abbiamo ripetuto una determinata azione, arriverà un giorno in cui la faremo per l’ultima volta.
Ogni singolo istante è dunque un opportunità per tornare ad innamorarci della nostra esistenza, e allora perché non rilassarci e goderci la tua vita? Rilassiamoci, sul serio.
Anche nel mezzo delle difficoltà. Anche mentre stiamo lavorando duramente, anche nei periodi di incertezza.
Siamo in un gioco in questo momento e non possiamo vedere il timer, quindi non sappiamo quanto tempo ancora abbiamo per giocare.
Eppure abbiamo la possibilità di rendere questo gioco estremamente interessante.

Possiamo addirittura cambiare le regole.

Possiamo scoprire nuovi modi di giocare a cui nessuno aveva ancora pensato, possiamo giocare in modi che finora sono stati considerati impossibili.
Ma qualsiasi cosa scegliamo di fare, per quanto ordinaria possa sembrare, possiamo apprezzare la rarità di ogni singolo istante della nostra vita.
E la consapevolezza della morte è la strada maestra per vivere la nostra esistenza con questo spirito.”

Questo brano di Sam Harris termina qui, spero di aver solleticato qualche mente a pensare più positivo, la prossima volta che troverà una difficoltà nel suo cammino!

21 maggio 2018 Mirko Dalle Mulle

Dal trapianto alla nazionale: Gabriele è un inno alla speranza.

Dal trapianto alla nazionale: Gabriele è un inno alla speranza.

03/06/2015

 

LIVORNO. C’è vita normale dopo un trapianto. Tanto normale – nell’accezione più banale e abusata del termine – che si possono anche vincere medaglie d’oro nello sport. O camminare a testa alta nel bel mezzo dell’assolato deserto sahariano. Gabriele Marrucci, 43 anni, nuotatore del Dlf Livorno, ne è l’esempio vivente-vincente.

Dialisi. Da ragazzino era un vero tormento, Gabriele. Iperattivo, folle, impegnato fra arti marziali, sci e windsurf, tutte attività estreme. Pensava di superare ogni ostacolo, battere ogni avversario. Poi però, una mattina, mentre saliva e scendeva i gradini dello studio medico allo stadio, ecco le prime avvisaglie di qualcosa che non va. Controlli, analisi, infine la scioccante conferma: glomerulonefrite di Iga. «Cosa vuoi che sia – sottovalutò qualche medico – fra trent’anni andrai in dialisi, ma stai tranquillo». E invece la dialisi, Gabriele, dovette cominciarla nel giro di pochi mesi. Estate 1993, l’estate della borsa di studio per il sogno chiamato Inghilterra. Già vinta, e a malincuore restituita al mittente. «In quel momento iniziò un lungo percorso che mi avrebbe portato al trapianto di rene – racconta – e, dopo due anni e mezzo di dialisi, l’ospedale di Cisanello trovò un organo compatibile. Fu così che nel gennaio del ‘97 entrai in sala operatoria».

Paura e speranza. Paura? In realtà poca. Speranze? Infinite. «Appena sveglio, finito l’intervento, mi sentivo onnipotente. Capisci: il corpo prima del trapianto si era deteriorato, il fisico rallentava, come se fossi finito in riserva di energia. Ecco, il ricordo nitido fu proprio la riacquisita potenza. Mi sentivo come Superman». Per ogni trapianto – spiega Gabriele, sono interessati 150 specialisti. «C’è un grande gesto civico dietro queste storie. I professionisti, e le famiglie che danno il consenso all’espianto: è un mondo fatto di passione».

Dal surf al nuoto. E quando il mese successivo Gabriele venne dimesso dall’ospedale, il primo pensiero fu quello di ricominciare a fare sport. «Ne sentivo il bisogno. I medici mi avevano assicurato che sarei tornato arruolabile, anche se non più a livelli agonistici». Marrucci suona così alle porte del Dlf di Viale Ippolito Nievo. «Mi presentò un amico comune. Ero convinto che bisognava essere per forza ferrovieri e invece no. Ho trovato fin da subito una seconda famiglia, accolto come uno di loro. Avevo agevolazioni in piscina, ed ero seguito da persone eccezionali. Come Enzo Sagone, il presidente, e Maria Rosa Passariello, la mia prima istruttrice». Gabriele poi parte per Madrid. Un anno di Erasmus, e quando torna a Livorno decide di coltivare a tempo pieno le passioni di sempre. Giappone e Canada. La certificazione medica dell’unità nefrologica gli consente di praticare l’attività. «Abbandonai le arti marziali e m’innamorai del nuoto. Mi avvicinai ai campionati italiani dei trapiantati e le medaglie iniziarono subito a fioccare». Tramite l’Aned e la Vite, due Onlus del settore, viene a conoscenza dei World Transplant Games. Evento perfetto, a cadenza biennale, per continuare a nuotare e viaggiare. Partecipa nel 2001 ai mondiali di Kobe, in Giappone. Nell’edizione successiva a Nancy (Francia), ecco al collo il primo oro. Conosce gente con problemi comuni, entra in ambienti empatici dove tutti si rispettano, «tranne nelle gare, perché lì ci diamo davvero filo da torcere». Marrucci diventa capitano della nazionale di nuoto trapiantati, indossa l’azzurro e sventola il tricolore. Prosegue nella striscia vincente in Canada, Australia e Svezia e la sua storia finisce in tv, ai Fatti Vostri e Uno Mattina. A settembre, volerà in Argentina.

Il messaggio. La vita riserva altre gioie a questo ragazzo alto, sorridente, dai capelli folti e sventolanti. Trova lavoro in un laboratorio (è laureato in biologia) e diventa padre, insieme alla fidanzata Marina, del piccolo Telemaco. «Al di là delle vittorie – spiega – il messaggio per tutte le persone in attesa di trapianto è chiaro: si può tornare a una vita, appunto, normale. Studiare, lavorare, avere figli e anche a livello sportivo amatoriale, gareggiare e perché no, vincere». E non solo: Gabriele – tenuto comunque sotto controllo dal Cnt (Centro nazionale trapianti), anche per quantificare i benefici dell’attività agonistica – fa informazione nelle scuole insieme a Aido, Avis, Admo e alla dottoressa Silvia Ceretelli. E nel 2010, ha partecipato ad una spedizione medica con i cammelli nel sud del Sahara fino al Niger, per monitorare il proprio stato durante lo sforzo fisico e portare medicinali a persone bisognose. «Erano le condizioni ideali perché lì ci sono pochi batteri, perfetto per noi che abbiamo le difese immunitarie di un bambino. In Africa abbiamo portato aiuti, e ho persino incontrato anziani settantenni che non avevano mai misurato la pressione del sangue. Questo mi ha fatto capire ancora di più che nella vita non bisogna mai guardare solo a sé stessi».

Tratto dal sito di AIDO.it

Jimmy Morrone, Il Tirreno

» Il link al sito web del quotidiano “Il Tirreno”

AIDO e Speranza

AIDO e Speranza

Voglio raccontarvi una storia…
C’era una volta una bambina molto curiosa. Un giorno chiese alla sua mamma: “Oggi alla televisione hanno parlato della donazione degli organi, cos’è?”. La mamma spiegò che quando moriamo il nostro cuore, i notri occhi e tante altre cose, possiamo donarle ad altre persone perchè a noi non servono più.
La bambina non comprese bene le parole della mamma e rimase con mille dubbi.
Un paio di anni più tardi, il padre si senti male ed il responso dell’ospedale fu: insufficienza renale cronica.
Da quel momento non fu più una bambina, non passò nemmeno per l’adolescenza, diventò donna …
Sono passati 17 anni da quel giorno ed ho capito bene il significato di alcuni termini: Donazione, Attesa, Speranza, Preghiera, Gioia, Vita …
Il 9 Febbraio del 2013 finalmente il mio papá ha avuto il trapianto di rene.
Questa estate la decisione definitiva di donare ed il 10 Luglio del 2014 mi sono iscritta all’Aido.
Oggi nella cassetta postale questa sorpresa!!!
Se oggi dovessi spiegare a quella bimbina come ad altre, il significato di tale gesto, non cambierei una virgola delle parole di mia madre; aggiungerei soltanto, che una persona muore ma continua a vivere insieme alle persone che salva ….
Il mio Grazie vá a quella persona che ci ha ridato nuova Vita ed a quelle che decideranno di seguire questa strada: DONATE
ANTONELLA C. – Caserta