Luca – Sfida e voglia di vivere

Luca – Sfida e voglia di vivere

Sono la persona più felice al mondo. Sono profondamente riconoscente a me stesso per aver creduto a questa sfida e a quanti mi hanno sostenuto: familiari e soprattutto medici». Luca – nome di fantasia – ha subìto un trapianto di rene. Ma Luca è anche sieropositivo. E’ questa la sfida sua e dei medici del Maggiore che l’hanno operato poco più di due mesi fa. Prima di lui, in Italia sono stati eseguiti solo 10 trapianti di rene su sieropositivi, di cui uno in Emilia-Romagna.

A Parma è il primo caso.

Sfida e voglia di vivere

Ogni trapianto è – soprattutto in Italia, dove circa il 95% dei prelievi sono da donatore cadavere – una storia di vita e morte, generosità e riconoscenza. Generosità di chi dona, voglia di vivere di chi riceve. Questo è tanto più vero per Luca, professionista ligure 42enne, che qualche anno fa ha scoperto di essere sieropositivo. Una batosta cui è seguita, nel ’99 la diagnosi di una nefropatia. «In breve tempo ho dovuto cominciare una dialisi peritoneale cui è seguita, dopo una peritonite, l’emodialisi: dal 2001 facevo quattro o cinque dialisi a settimane, ciascuna della durata di quattro ore e mezza», spiega Luca. Che non si arrende, nonostante tutto. Nonostante non esistesse, all’epoca, un protocollo nazionale di trapianti su riceventi HIV positivi. Nonostante Luca abbia due potenziali donatori viventi, ma nessuna legge autorizzi un simile trapianto. Nonostante i contatti di Luca con il chirurgo e senatore Ignazio Marino – che a Palermo ha già eseguito un trapianto su un sieropositivo in autonomia rispetto alle direttive del Centro nazionale trapianti – si vanifichino dopo la partenza di Marino per un periodo di lavoro a Pittsburgh. E’ a quel punto che il medico curante indirizza Luca all’ospedale di Parma. Il primo contatto è con Giancarlo Pasetti, del reparto Malattie infettive, esperto di problematiche HIV correlate, e con Maria Patrizia Mazzoni della Clinica chirurgica e generale dei trapianti d’organo. «Ed è stato un contatto positivo. Mi sono sentito rassicurato, incoraggiato, sostenuto. La simpatia umana che ho trovato in tutti i medici di Parma è stato un fattore determinante di successo» dice oggi Luca.

E’ il 2002: cominciano gli accertamenti di rito e viene impostata la terapia più idonea ad affrontare il trapianto. «Abbiamo scelto medicine, fra quelle che Luca doveva comunque assumere, che dessero meno problemi renali – spiega Pasetti – Bisognava far sì che il paziente arrivasse all’operazione in condizioni infettivologiche ottimali, in modo che non fossero gravemente compromesse le difese immunitarie. In questo Luca è stato estremamente ligio e collaborativo ». Luca viene messo in lista d’attesa e i medici del Maggiore scrivono al Centro nazionale trapianti chiedendo l’autorizzazione per l’operazio- Un’autorizzazione che diverrà inutile perchè nel 2006 viene codificato a livello nazionale il protocollo dei trapianti su sieropositivi.

L’attesa e la telefonata

Anni di attesa, «sempre pronto per partire, con la borsa preparata, come le gestanti all’ultimo mese» scherza Luca, cui non mancano affabilità, autoironia e umorismo. Finchè, un pomeriggio di fine novembre 2007, Luca riceve la telefonata: c’è un rene disponibile. «Si trattava di una giovane piemontese morta in circostanze drammatiche – spiega Umberto Maggiore, del reparto trapianti della Nefrologia dell’ospedale di Parma – La ragazza aveva avuto una forte emorragia e il sangue era così diluito che non era stato possibile stabilire con assoluta certezza se fosse HIV negativa. Si trattava quindi di un donatore definito dalla ‘second opinion’ del Centro Nazionale Trapianti a ‘rischio non valutabile’. Particolare che consente l’uso dell’organi per i riceventi che, come Luca, sono già sieropositivi.

La corsa «sotto scorta»

«Sono stato avvertito alle due del pomeriggio, sono saltato in auto e ho cominciato a guidare verso Parma. Ma il traffico quel giorno era caotico, ho iniziato a temere di non arrivare in tempo. Ho avvertito la Prefettura della mia città della situazione in cui mi trovavo e dopo poco è arrivata un’auto della polizia che mi ha scortato fino a Parma. E’ stato l’aspetto ludico di tutta la faccenda: 180 all’ora fissi in autostrada.

Mai capitato prima e credo mai ricapiterà» dice Luca.

Alle 21 il paziente entra in sala operatoria. Ad attenderlo c’è il chirurgo Enzo Capocasale della Clinica chirurgica e trapianti d’organo. Poco prima Luca ha parlato al telefonino con il nipotino di otto anni: «E’ tardi, il chirurgo non è stanco? Perchè non ti fai operare domani?» chiede preoccupato il bambino. Luca gira scherzosamente il dubbio al chirurgo. «Nessun problema, ho preso un caffè forte» risponde Capocasale. Battute per allentare la tensione. L’operazione dura fino 23,20 e non presenta particolari difficoltà. «Luca è magro e questo è sempre un vantaggio ai fini chirurgici – spiega Capocasale – Abbiamo trapiantato il rene nella fossa iliaca destra e l’unico problema è stato che il rene trapiantato aveva due arterie renali invece di una. Il decorso postoperatorio è stato regolare e il paziente ha ripreso quasi subito ad urinare. La precauzione in più che abbiamo dovuto adottare, come sempre quando si opera un sieropositivo, sono stati guanti doppi e occhiali, per evitare ogni possibile contatto con il sangue». Luca, trasportato dopo l’operazione in Nefrologia, si è risvegliato alle tre di notte. «Mi sono sentito subito meglio rispetto a prima dell’operazione. Dopo poche ore avevo fame, dopo un giorno mi sono alzato in piedi e ho ricominciato a mangiare», dice. Ma i rischi non erano ancora scongiurati. «Uno degli aspetti più impegnativi è modulare la posologia dei farmaci antirigetto, il cui metabolismo è alterato dalla contemporanea assunzione di farmaci antiretrovirali, ossia i farmaci che ogni sieropositivo deve assumere per il trattamento dell’infezione da HIV», spiega Maggiore. Ma tutto è andato liscio.

Fuori pericolo

Oggi Luca è ragionevolmente fuori pericolo. La sua degenza post-operatoria è durata 18 giorni invece dei nove «standard», ma la percentuale di rischio di rigetto si assottiglia quanto più tempo trascorre dall’operazione. Appare in gran forma, curato e di ottimo umore. Viene al Maggiore per controlli due volte a settimana («Ormai conosco Parma come le mie tasche»), ha ripreso a lavorare e ha interrotto la dialisi, anche se dovrà continuare per tutta la vita ad assumere farmaci antirigetto.

«Sono la persona più gioiosa del mondo – ripete – Nella mia vita ho fatto errori, ma trovare fra i medici tanto rispetto, tanta comprensione e vederli così certi del risultato di questa sfida mi ha dato forza e coraggio. La stessa forza e coraggio che vorrei trovassero tante persone nella mia condizione». Trapianto In alto (da sinistra) Giancarlo Pasetti, Enzo Capocasale, Umberto Maggiore e una sala operatoria.

Riportata da gaynews.it

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