Santiago mi destino

Santiago mi destino

paolo albrigoHo sempre sentito una certa attrazione verso quel magico cammino di pellegrinaggio che già dal neolitico era percorso da moltitudini di individui che cercavano di ritornare alle loro “origini”, attraverso la penisola iberica fino al luogo chiamato “Finisterre”, nel sito dove il druidismo celtico usava praticare i riti della purificazione; prima del cristianesimo, questa antica strada era conosciuta in vari modi: “L’arcobaleno di Lug”, “La rotta delle oche selvatiche” e anche “La via delle stelle”.

La profonda spiritualità del medioevo ha recuperato ed assorbito questo antico cammino affidando a Giacomo il compito di elevarsi a simbolo della cristianità a della “reconquista”; questa crociata doveva assolutamente essere posta sotto il segno del “figlio del tuono” che, secondo le leggende prima avrebbe tentato di evangelizzare la Spagna, poi tornato in Giudea e subito il martirio per decapitazione (Giacomo fu il primo Apostolo martire 44 d. C.) sarebbe stato riportato segretamente dai suoi discepoli, Attanasio e Teodoro, sulle coste galiziane: li trovò il luogo del suo riposo eterno.

Lui stesso, rilevò miracolosamente il luogo del suo sepolcro ad un eremita di nome Pelayo (uomo di mare) dando il via ad un lungo ed intenso pellegrinaggio a cui partecipò l’intera Europa cristiana; sempre miracolosamente sarebbe apparso al fianco delle armate cristiane contro i Mori diventando così, nella tradizione e nell’iconografia popolare il “peregrino” e il “matamoros”.

Periodicamente mi capitava di incrociare qualche storia, racconto o leggenda che mi ricordava quella via: come un fuoco che cova sotto le braci e ogni tanto, un soffio di vento, lo riaccende.

Poi, come spesso accade la vita mi ha portato su tutt’altre strade e, quando ormai credevo di dover rinunciare a realizzare alcuni miei sogni: uno di questi era appunto andare a vedere cosa c’era di così importante in Galizia, è ritornato improvviso e prorompente quel richiamo che mi riecheggiava nell’anima ormai da troppo tempo: “Santiago”.

Così nel 2010 (dopo 20 mesi dal mio secondo trapianto) è arrivato il momento giusto per organizzare il mio viaggio: decido di iniziare il cammino da Saint Jean Pied de Port, un piccolo paese posto ai piedi dei Pirenei e punto di congiunzione di diversi pellegrinaggi che dalla Francia portavano verso la Spagna, prevedo di fare delle tappe non troppo lunghe, in media 25 km, perciò dovrò camminare lungo la Spagna 32 giorni per un totale di circa 800 km, ed infine il mese di settembre come periodo adatto per muoversi.

Man mano che si avvicina il momento di andare sale un pò l’ansia, partire, per me non abituato a viaggiare da solo, da un lato vuol dire lasciare le mie sicurezze per inoltrarmi nella precarietà senza sapere quello che mi aspetta lungo il cammino, di contro mi conforta il fatto di potermi lasciare alle spalle tutto il superfluo della vita quotidiana per ritrovare l’essenzialità e la leggerezza dello spirito; tutto quello che mi servirà starà dentro al mio zaino (la mia casa per tutto il cammino).

Sono consapevole che il cammino verso Santiago, e verso tutte quelle mete ritenute in qualche modo Sacre o magiche, ha una valenza soprattutto interiore e spirituale, inoltre questa voglia di andare da solo mi convince che il mio viaggio sarà innanzitutto una “cerca”: non ho idea di cosa sto cercando e soprattutto non so se lo troverò.

Alla fine parto: andare senza misurare il tempo è stata una strana ma bellissima sensazione, dopo appena tre o quattro giorni di camino è subentrato, dentro di me, un tale senso di calma e di pace da rendermi quasi etereo, mi sentivo parte integrante del mondo che stavo attraversando.

Tutto quello che occupava le giornate della mia vita quotidiana era già lontanissimo, quasi un ricordo lontano: la sola cosa da fare è andare verso la meta, seguendo l’antico incoraggiamento dei pellegrini: “Ultreia y Suseia Santiago”  (più avanti e più in alto c’è Santiago).

Il cammino del corpo o della nascita: da Saint jean Pied de Port a Burgos

Il primo passo lo faccio con un ragazzo nepalese, alle sei di mattina ci siamo trovati fuori dal rifugio di Saint Jean Pied de Port, ci siamo salutati e augurati “buen camino” (non lo rivedrò più).

Questo saluto è un piacevole rituale che si ripete tutte le volte che incrocio altri pellegrini, o quando incontro lo sguardo della gente del luogo che mi incita ad arrivare alla meta e qualche volta mi affida anche preghiere e pensieri per i loro cari da portare a Santiago; un’incombenza che strada facendo aumenta sempre più il peso sulle mie spalle, ma allo stesso tempo mi incoraggia a terminare il mio percorso e a portare questi messaggi a destinazione.

Entrato in Navarra, seguendo il declivio tra i boschi di faggio che mi porterà a Roncisvalle, strani bagliori luminosi che a fatica attraversano le chiome degli alberi e lontani brusii del vento mi trasportano nella leggenda: “il Conte Rolando impugna la scintillante durlindana e con grande pena, grande sforzo e dolore suona l’olifante, dalla bocca sgorga il sangue e si rompono le tempie della fronte, ma il suono del corno s’impregna lontano tra le rocce dell’Alto de Ibaneta”.

Durante la Messa serale a Roncisvalle, con tutti gli altri pellegrini ricevo una commovente benedizione, antica quanto il cammino: ci sono tutti anche chi cristiano non è, ma questo poco importa, inizio ad apprendere che lungo questa via non incontrerò differenze di nessuna natura.

Dopo due tappe di un leggero saliscendi attraverso i boschi, un percorso a me molto famigliare che mi ricorda le lunghe camminate di preparazione nei boschi prealpini vicino a casa mia, raggiungo Pamplona, prima grande città del cammino.

Il giorno successivo mi dirigo verso l’Alto del Perdon, nel luogo “donde se cruza el camino del viento con el de las estrellas” un posto molto ventoso che, come in una pagina di Cervantes, mi circonda di mulini a vento; è anche il primo luogo in rilievo che mi permette di guardare sia al cammino già fatto che a quello che ancora mi aspetta: è come la metafora della vita, un passaggio obbligato che consente di contemplare ciò che ho già superato e quello che ancora mi attende.

Negli altri giorni, attraverso campagne coltivate e piccoli paesi, mi trovo alternativamente a camminare per ore da solo oppure ad incontrare un’infinità di altri pellegrini che arrivano da tutti gli angoli del mondo, un’esperienza umana indescrivibile; tra di noi comunichiamo con una sorta di “esperanto” un miscuglio di tre o quattro lingue differenti, è un vero miracolo che nonostante questa miscellanea di lingue tutti si prodigano per riuscire a comprendere.

Nel paese di Grañon, dove mi fermo per la notte nel piccolo rifugio parrocchiale, trovo su un tavolo, nel segno del vero spirito pellegrino, la cassetta delle offerte aperta e un foglio che recita: “deja lo que pedes o toma lo que necesites” (metti quello che puoi o prendi quello che ti serve).

Arrivo così, quasi senza accorgermi, alla seconda grande città del cammino, Burgos.

Il cammino dell’anima o della morte: da Burgos a Leon

Una statua del Cid Campeador a cavallo e con la spada sguainata mi accoglie all’ingresso della città: credo sia un caso ma è evidente l’analogia con l’immagine di Santiago “matamoros”..

La sera mi preparo, anche psicologicamente, per la tanto attesa e temuta attraversata delle mesetas: un immenso altopiano tra Burgos a Leon, conosciuto come il granaio di Spagna; proprio per la sua natura “marziana”, una infinita distesa di campi coltivati, completamente priva di alberi e collegati abbastanza raramente da piccoli paesi agricoli con lunghe e diritte strade bianche, viene considerata la parte del cammino più difficile da affrontare soprattutto a livello mentale.

Sulle mesetas incontro la piccola Ermita di San Nicolas, che oggi è stata recuperata e trasformata in “albergue” dalla confraternita italiana di San Giacomo: conosciuta da tutti i pellegrini per la sua splendida ed indimenticabile accoglienza, alla sera si pratica ancora il rito della lavanda dei piedi.

E’ lungo questi percorsi, camminando nelle fredde e buie mattine e nei caldi e soleggiati pomeriggi, che mi sono entrate nel cuore le “mesetas”, proprio per le loro particolari caratteristiche mi hanno portano a camminare, per infinite ore in solitudine, accompagnato solo dal respiro del vento: solo con me stesso ho finalmente imparato ad ascoltarmi.

Con questo animo sono giunto alla terza grande città del cammino, Leon

Il cammino dello spirito o della resurrezione: da Leon a Santiago de Compostela

L’ultima parte del cammino inizia con la salita verso il punto più alto dell’intero percorso: la “cruz de Hierro”: è un lungo palo di legno con in cima una piccola croce di ferro con ai piedi un cumulo di pietre che sono state lasciate nel tempo dai pellegrini in un gesto di redenzione e rappresentano i ricordi, i pesi, i dolori, le sofferenze di una vita di cui ci si vuole liberare.

Anche la natura circostante è completamente differente, ricompare una vegetazione rigogliosa, sono ritornato a salire sulle montagne e a valicare passi oltre i quali troverò la Galizia; l’ultimo spauracchio del mio cammino è rappresentato appunto dalla scalata al “Cebreiro”.

La mattina del fatidico giorno inizio con grande calma l’ascesa, prima attraverso una strada asfaltata e poi lungo le antiche mulattiere, dopo aver attraversato un paio di piccoli paesi contadini, insieme a Charles, un canadese, arrivo in cima ed entro in Cebreiro, il paese del “Santo Maligro”: nella chiesa di Santa Maria viene venerato da secoli il calice del miracolo della trasformazione del pane e del vino nella carne e nel sangue di Cristo; il miracolo avvenne tra le mani di un frate che derise la devozione di un singolo contadino presente alla funzione, nonostante il cattivo tempo.

Nei giorni successivi cammino tranquillamente nella brumosa e piovosa Galizia (anche se il tempo per me è stato molto clemente, ho messo il poncho solo in tre giorni del mio cammino) attraverso le grandi foreste di eucalipti, anticipando con la mente il mio prossimo arrivo a Santiago.

Quel giorno è finalmente arrivato: mi fermo a dormire all’Albergue del Monte do Gozo a circa cinque chilometri dalla cattedrale di Santiago, proprio perché desidero arrivare davanti al “portico della gloria” da solo esattamente come ho voluto affrontare il mio viaggio.

La mattina di buon ora mi inoltro nella periferia di Santiago de Compostela e mi dirigo con passo sicuro verso il cuore pulsante della città, la cattedrale; poco prima della “porta do camino” incontro una scritta che mi colpisce: “al fin todo se comple … la vida tambien”, credo sia proprio questa la perfetta conclusione della “cerca” che ho iniziato 33 giorni prima.

Solo sono partito e solo calpesto l’ultima conchiglia al centro della piazza dell’Obradoiro, gesto che conclude simbolicamente il mio viaggio.

L’ultimo miracolo mi appare davanti agli occhi a “Finisterre”: davanti all’ultimo lembo di terra conosciuta assisto insieme agli amici di questo lungo cammino alla “puesta del sol” e, con gli occhi lucidi, comprendo che l’ultimo passo di un percorso non è mai la fine ma è sempre e solo l’inizio.

 

(Paolo Albrigo architetto – Santiago mi destino)

 Santiago mi destino

Possa la strada farsi incontro a noi.

Possa il vento essere sempre alle nostre spalle.

Possa il sole splendere caldo sui nostri visi.

Possa la pioggia cadere leggera sui nostri campi.

E fino a quando non ci incontreremo di nuovo

Possa Dio tenerci nel palmo della sua mano.

(antica benedizione celtica)

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